Roma: Asdrubalemaria Sivvasolli incontra gli iracondi

 

Asdrubalemaria Sivvasolli incontra gli iracondi di Roma
Asdrubalemaria Sivvasolli scambia benedizioni con gli iracondi di Roma

Il “Sacco di Roma”

Il Tevere mormorava verde e rancido al passaggio,
di Sivvasolli il 24 maggio.
[Canzone del Corpo degli Alticci]

Cosa direste se dopo una fuga dal vostro paese natale e da tutto ciò che pensavate di essere, vi ritrovaste a Roma alla ricerca della Verità sulla natura del vostro Io?

Che c’hai du spicci? Fu la scelta di Asdrubalemaria Sivvasolli, al primo passante incontrato. Volendosi calare nel personaggio della ragazza della “Roma per bene”, ovvero di San Lorenzo. All’ingresso in città, la prima cosa che notò fu una caratteristica segnalazione su un cartello stradale, che rispecchiava la cultura di Roma come città accogliente e placida:

“Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate…
Cos’è, una giungla cazo?”

Iniziandosi a preoccupare come un Adinolfi durante lo sciopero dei ristoratori, Asdrubalemaria Sivvasolli iniziò ad addentrarsi per le strade della Capitale, alla ricerca di un segnale che potesse farle ritrovare se stessa. Ma ciò che non sapeva, era che era appena entrata nel girone degli iracondi.

Arrivò improvvisamente sulle strisce pedonali, e fece frenare un tassista, che le dedicò una poesia

Ma te voi toje? Te do ‘na pizza che t’arestano pe’ vagabondaggio

E Asdry spaventata corse via, dirigendosi verso Piazza del Popolo. A Piazza del Popolo i popoli erano tre. I Piccioni. E basta. Presa da un attacco di nostalgia bucolica provò ad accarezzarne uno, nessuno, centomila, ma i piccioni con lo sguardo indignato tubarono una ode alla pace

Ma te ne voi annà? Te sparo ‘na faciolata addosso che t’addobbo come n’arbero de natale

E lì, presa dalla solitudine, la gentil donzella proseguì, a testa bassa, verso San Pietro, convinta che sarebbe stato l’unico posto dove trovare un po’ di pace e gentilezza, panacea della sua anima tormentata.

Un piccione pentito riflette sugli errori del passato.
In foto: Un piccione pentito riflette sugli errori del passato.

Peccato che si riposò sulle panchine di Piazza delle Vaschette, di fronte una anonima università di cui nessuno ricorda il nome neanche al Bed & Breakfast davanti, e lì, esausta dalla lunga camminata, stava per occupare una panchina quando dai senzatetto che di quelle panchine ne fanno baluardo per sopravvivere si elevò un canto soave

Si nun te toji entro prima de subbito te pijo pe’ li buchi der naso e t’aribbarto come lì porpi

Fu in quel momento, colpita dalla saggezza popolare esoticamente pescarola dei clochard di San Pietro, che Asdrubalemaria Sivvasolli comprese: Roma le aveva lasciato tanto, l’aveva fatta crescere in fretta per sopravvivere agli iracondi, ma le risposte alle sue domande erano sicuramente da un’altra parte.

E uscimmo, a ripulir le stalle.
[Disaggina Lassedia, Dante]